L' ABC del Codice del Terzo Settore

L'Associazione di Promozione Sociale: la Legislazione

a cura di:
Valerio Cicchiello

Che cosa caratterizza giuridicamente, un’associazione di promozione sociale? Di quanti soci c’è bisogno per costituire un’associazione ? Se ho già costituito un’Associazione di promozione sociale, le nuove regole del Codice si applicano alla mia Associazione?

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L'Associazione di Promozione Sociale: la Legislazione

a cura di:
Valerio Cicchiello

Hai probabilmente già sentito parlare della riforma del Codice del terzo settore (d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117): ebbene sappi che costituisce una rilevante novità di cui tener conto, laddove tu  intendessi dar vita ad una associazione di promozione sociale.

       2.Volete costituire un’associazione di promozione sociale e vi state chiedendo di quanti soci c’è bisogno?

       3. Siete più realtà che già lavorano insieme e vorreste fare in modo che ciascuna sia partecipe delle attività dell’altra pur                            mantenendo un profilo di autonomia?

       4. Se ho già costituito un’Associazione di promozione sociale, le nuove regole del Codice si applicano alla mia Associazione?

Vediamo allora, cercando di fare ricorso ad un linguaggio il meno tecnico possibile, di affrontare temi e quesiti ricorrenti nella vita associativa per dare delle bussole orientative a tema.

 1. Il Codice del Terzo Settore: perché occorre tenerne conto

Devi preliminarmente sapere che il decreto legislativo n. 117/2017, denominato Codice del Terzo settore (d’ora in poi, ci riferiremo a questa font del diritto con l’acronimo “CTS”) si pone l’obiettivo di costituire il “punto di riferimento” per tutti gli enti del Terzo settore: ed infatti tutte le norme rilevanti per la costituzione, l’organizzazione e l’attività degli enti del Terzo settore sono concentrate, almeno nelle intenzioni del Legislatore, in questa sola sede normativa.

Ci sarebbero, a dire il vero, eccezioni e distinguo da fare sul tema ma qui, per snellezza, sorvoliamo; di sicuro voler costituire un’associazione di promozione sociale, od un qualsiasi altro Ente del terzo settore, nel rispetto della normativa vigente, o chiedersi se l’associazione esistente lo sia, senza tener conto di questa fonte normativa, è una soluzione operativa, magari sbrigativa, ma che non mi sento di consigliare, a meno che, appunto, si preferisca operare nel settore, come direbbe un adagio, in uno stato di beata incoscienza.

Cosa è Ente del terzo settore?

Ai sensi del articolo 4 del Codice, gli enti del Terzo settore sono enti privati, che perseguono finalità solidaristiche o di utilità sociale svolgendo una attività fra quelle elencate all’art. 5 del Codice (sono ben 26!), senza scopo di lucro in senso soggettivo (come del resto precisa l’art. 8 CTS), in uno dei quattro diversi modi che il legislatore individua. Tali modi sono: “azione volontaria”, “erogazione gratuita di denaro, beni o servizi”, “mutualità”, “produzione o scambio di beni e servizi”, ovverosia – in questo ultimo caso - una organizzazione dell’ente del Terzo settore in una forma imprenditoriale (L. Gori, 2012).

A seconda della modalità con la quale l’ente persegue le proprie finalità e svolge le attività, il Codice distingue:

- le organizzazioni di volontariato;

- le organizzazioni di promozione sociale;

- gli enti filantropici;

- le reti associative;

- le imprese sociali;

- le cooperative sociali e, in generale,

- qualsiasi altro ente privato diverso dalle società commerciali.

Ecco dunque una preliminare considerazione: se vuoi operare come Ente del terzo settore, sappi che non necessariamente l’unica via giuridica è quella dell’associazione di promozione sociale; volendo, c’è l’imbarazzo della scelta.

Ogni Ente del terzo settore, infatti, se da un lato riceve una disciplina uniforme, che lo accomuna agli altri Enti “fratelli”, è pur vero che viene regolamentato da una disciplina speciale a lui solo riservata, con i suoi pro, e con i suoi contro, perché, come puoi immaginare, la scelta concreta del vestito giuridico con cui dare forma al tuo progetto sarà tanto più adatta alla tua realtà quanto quel vestito sarà coerente con le caratteristiche sostanziali del tuo progetto.

Detto in altri termini: la tentazione di copiare ed incollare forme giuridiche in circolazione per dare veste formale ad un tuo progetto, se può apparire un modo semplice per risolvere quelle che vengono avvertite questioni “burocratiche” potrebbe, in corso d’opera, rivelarsi inadatta, troppo stretta o, all’inverso, ingombrante, in rapporto alle tue specifiche esigenze.

Ciò detto, torniamo ora ad occuparci, a titolo introduttivo, di questa interessante, e particolarmente diffuso (a ragione, spesse volte) Ente del terzo settore: l’associazione di promozione sociale.

 

Partiamo da queste:

che cosa caratterizza un’Associazione  di promozione sociale?

All’Associazione di promozione sociale è preclusa lo svolgimento di attività commerciale?

Atto Costitutivo e Statuto sono di aiuto per caratterizzare l’Associazione e le sue facoltà di azione?

 

Le Associazioni di promozione sociale (d’ora in poi, per brevità, vi ci riferimento anche con l’acronimo “APS”) sono Enti del terzo settore (ed infatti sono citate all’art. 4 del Codice). Queste debbono esercitare, in via principale, una o più attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.

Questo significa che alle Associazioni di promozione sociale è preclusa qualsiasi attività di natura commerciale?

No, vediamo perché ed in che termini non c’è un divieto assoluto in tal seso.

Il Codice parla di attività principale, lasciando intendere che una Associazione di promozione sociale può esercitare anche altre attività (anche aventi natura commerciale) a condizione che siano attività strumentali all’attività principale. Ed infatti, il Codice stesso, all’art. 6, precisa che tutti gli enti del terzo settore possono esercitare attività diverse da quelle principali a condizione che:

Già da questo semplicissimo esempio ci si avvede che il modo con cui vengono scritti lo Statuto e l’atto costitutivo non sono semplici rituali formali privi di conseguenze! E’ vero il contrario.

Lo statuto e l’atto costitutivo fanno la differenza perché a seconda di quali attività vengono individuate come facenti parti tra quelle principali e di quali attività vengono enumerate tra quelle secondarie, la possibilità di svolgere determinate attività commerciali, appartenenti alle seconde (ed anche in questo caso omettendo qui distinguo e precisazioni, per snellezza discorsiva), sarà, o meno, in via di massima consentita.

E così, per fare un esempio:

Un’altra domanda cui occorre dare risposta in fase costitutiva di un’Associazione: di quanti soci c’è bisogno per costituire un’Associazione di promozione sociale?

Per costituire una Associazione di promozione sociale occorrono non meno di sette persone fisiche, oppure tre Associazioni di promozione sociale (art. 35, Codice Terzo Settore).

Questo significa che le Associazioni di promozione sociale possono essere costituite sia da persone fisiche, sia da altre Associazione che vogliano unirsi per il perseguimento di un obiettivo comune.

Le Associazioni di Promozione sociale – sempre ai sensi dell’art. 35 del Codice del Terzo settore – possono essere costituite sia nella forma della associazione riconosciuta, sia nella forma della associazione non riconosciuta: la prima ha personalità giuridica (gli amministratori non rispondono dei debiti dell’Associazione), la seconda è priva della personalità giuridica (ciò significa che non è considerabile separatamente dagli amministratori o dai soggetti che agiscono in suo nome, che risponderanno dei debiti assunti dall’Associazione stessa).

Le Associazioni di Promozione Sociale, ai sensi del Codice del Terzo settore, devono svolgere la propria attività in favore di propri associati, dei loro familiari o di terzi. Ecco la differenza fondamentale con le Organizzazioni di volontariato, le quali (come si vedrà) debbono svolgere la propria attività prevalentemente in favore di terzi.

Ed ancora: quali sono gli elementi caratterizzanti le Aps?

Direi almeno i seguenti.

Mi riferisco, in primo luogo, alla loro inderogabile (in questo caso non ci sono eccezioni tollerate dal Legislatore e non è abitudine di chi scrive suggerire scappatoie che prendo il sapore di modi per aggirare principi sani del diritto) democraticità e apertura: non sono ammissibili, infatti, discriminazioni, di varia natura, in relazione alla ammissione degli associati (gli statuti o gli atti costitutivi non possono prevederle).

Un’associazione, fisiologicamente, prende le proprie decisioni, incluse quelle che riguardano le nomine dei propri rappresentanti, mediante decisioni assembleari, dove occorre rispettare il diritto di voto di ciascun associato.

Da altro complementare punto di vista un’associazione è un organismo dinamico destinato, nel tempo, a rinnovarsi sia per i componenti che vi partecipano (ci saranno nuovi soci, che potranno aderire nel tempo, così come è possibile alcuni soci non rinnovino, negli anni, la propria adesione) oltre che con riferimento agli organi sociali che hanno potere di rappresentanza.

Per intendersi, in via esemplificativa, lo stesso Codice (all’art. 35) precisa che non sono Associazioni di Promozione sociale i circoli privati.

Sul punto occorre chiarire: il Codice non afferma affatto che sono illegittime le organizzazioni private o riservate (d’altronde, una simile previsione sarebbe del tutto incostituzionale, perché in contrasto con il principio del libero associazionismo), ma specifica, semplicemente, che tali organizzazioni non possono beneficiare della qualifica di Ente del terzo settore - associazione di promozione Sociale.

Una domanda ricorrente: all’interno delle Associazioni è possibile instaurare rapporti remunerati? Come si concilia tale facoltà con il ricorso al volontariato?

E’ bene, a mio parere, avvinarsi alla risposta a partire dalla ricerca di quella che è bene sia chiaro a chi vuole costituire un’Associazione sia la regola.

Dunque, secondo la scelta, inequivoca, fatta dal Codice del terzo settore, le Associazioni di promozione Sociale devono avvalersi, “in misura prevalente” (così si esprime il Codice), dell’attività di volontariato dei propri associati.

Ciò significa che:

- il ricorso a strumenti di remunerazione di chi partecipa alla conduzione, organizzazione e svolgimento delle attività associative non è vietato;

- allo stesso tempo tale remunerazione non costituisce la regola ma, invero, un’eccezione o comunque, al di là di una tale qualificazione, una facoltà subordinata al rispetto di un determinato rapporto equilibrato e parametrato numericamente alle persone che, sotto forma di volontari e/o di associati (lo annotiamo qui sinteticamente: i termini non sono sinonimi) remunerati non sono.

In altri sintetici termini: la possibilità, lecita (rispettosa dalle normativa vigente) di remunerazione all’interno dell’associazione di promozione sociale dipende da come, in concreto, il Legislatore stesso abbia inteso pesare, misurare, la prevalenza dell’attività non remunerata.

Nello specifico, le APS possono assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo, a condizione che:

Come si vede, anche per tale profilo, centrale per l’equilibrio e la sostenibilità dei progetti associativi, la stessa, pur possibile, configurazione di rapporti di remunerazione all’interno dell’Associazione è, dal Legislatore, agganciata, se così si può dire, ad un rapporto di coerenza e funzionalità tra il rapporto remunerato e l’attività associativa, così come questa codificata e descritta nelle attività istituzionali (di interesse generale le chiama il Codice) oltre che come al necessario rispetto di determinate soglie e limiti:

ecco perché a voler dare avvio ad un’associazione di promozione sociale, ed a volerlo fare anche con il ricorso a forme di remunerazione di specifiche figure professionali e personali (perché essere remunerati da un’associazione, anche questo va detto, non è affatto, di per sé, una scelta di cui vergognarsi e/o da concepire, astrattamente, come in conflitto con le idealità sociali perseguite) che più di altre, all’interno di un’associazione, dedicano il proprio tempo ed energie, è importante chiedersi, e configurare, sin dall’inizio, l’accordo associativo consapevoli della necessità di rispettare i suddetti parametri.

Affrontiamo ora altro quesito: è possibile che si aggreghino, siano soci (associati) di un’Associazione di promozione sociale altri Enti del terzo settore?

La risposta è sì, è possibile; anche in questo caso sono previsti dei parametri di cui tener conto. Vediamo, in via introduttiva.

Il Codice prevede (all’articolo 35) che gli atti costitutivi e gli statuti delle Associazioni di promozione sociale possono disporre l’ammissione, come associati, di altri Enti del terzo settore, a condizione che il loro numero non sia superiore al 50 per cento del numero delle Associazioni di promozione sociale.

La norma non brilla per chiarezza e necessita di un approfondimento interpretativo; qui possiamo accennare che il senso della norma si presta ad essere inteso a favore del fatto che tra i soci di una Associazione di Promozione Sociale possono esservi – a condizione che siano in misura minoritaria – anche altri Enti del terzo settore, anche se, appunto, non si tratti di APS.

Accenniamo, da ultimo, ad alcune questioni applicative che interessano le Associazioni di promozione sociale già esistenti.

Va considerato, in ultimo, che le norme, le leggi, si succedono (alle volte si accavallano) nel tempo, sì che, anche con riferimento alle associazioni di promozione sociale, con l’entrata in vigore del Codice del Terzo Settore, si è posta la questione del chiedersi se le nuove regole previste per questi Enti si applichino, o meno, anche alle associazioni già costituite.

Orbene, sempre stando a quanto prescrive il Codice del terso settore, le Associazioni di Promozione Sociale esistenti devono adeguare i propri statuti e atti costitutivi entro 18 mesi dalla data di entrata in vigore del Codice con le modalità e le maggioranze previste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria.

A norma del Codice, tutti gli Enti del Terzo settore devono iscriversi al Registro Unico del terzo settore che andrà a sostituirsi ai registri preesistenti.

In questa fase, il Registro Unico non si è ancora realizzato e pertanto:

Proprio con riferimento alle associazioni di promozione sociale e alle organizzazioni di volontariato sono emersi, da parte di Regioni e Province autonome, dubbi interpretativi sul differimento dell’efficacia temporale delle disposizioni del nuovo sistema di registrazione degli Enti del Terzo settore.

Da qui la necessità di un chiarimento governativo reso con la lettera direttoriale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali del 29 dicembre 2017; tale nota evidenzia, in particolare che:

Nel primo caso, la verifica dovrà essere condotta sulla base della normativa vigente al momento della costituzione dell’organizzazione: qualora dovesse essere riscontrata una corrispondenza solo parziale delle disposizioni statutarie con le norme del codice, tale disallineamento non potrà costituire motivo di rigetto della domanda di iscrizione, dovendosi tenere presente che gli enti hanno a disposizione il termine di 18 mesi per apportare le conseguenti modifiche al proprio statuto.

Viceversa, gli enti che si sono costituiti a partire dal 3 agosto 2017 sono tenuti a conformarsi da subito alle disposizioni codicistiche, purché queste siano applicabili in via diretta ed immediata.

 

Avv. Valerio Cicchiello*

*l’avvocato Valerio Cicchiello è competente in materia di diritto del terzo settore. Il Professionista ha proprio studio legale in Milano e Bergamo, ed eroga on line, verso Clienti che risiedano in tutta Italia, propri servizi di consulenza ed assistenza legale, anche nella predetta materia, sulla Piattaforma JusticeLaw OnLine: è possibile consultare i servizi legali erogati dal Professionista qui: https://bit.ly/2J6Emtm 

Nota della redazione JL On Line: abbiamo raccolto, per comodità di Suo reperimento, le norme menzionate dall’autore in una bussola giuridica: buona consultazione!

 

L'Associazione di Promozione Sociale: la Legislazione

a cura di:
Valerio Cicchiello

Hai probabilmente già sentito parlare della riforma del Codice del terzo settore (d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117): ebbene sappi che costituisce una rilevante novità di cui tener conto, laddove tu  intendessi dar vita ad una associazione di promozione sociale.

  1. Ti stai chiedendo che cosa, caratterizza, giuridicamente, un’associazione di promozione socialee, più specificamente, che cosa la differenzia, ad esempio, da una “organizzazione di volontariato”?

       2.Volete costituire un’associazione di promozione sociale e vi state chiedendo di quanti soci c’è bisogno?

       3. Siete più realtà che già lavorano insieme e vorreste fare in modo che ciascuna sia partecipe delle attività dell’altra pur                            mantenendo un profilo di autonomia?

       4. Se ho già costituito un’Associazione di promozione sociale, le nuove regole del Codice si applicano alla mia Associazione?

Vediamo allora, cercando di fare ricorso ad un linguaggio il meno tecnico possibile, di affrontare temi e quesiti ricorrenti nella vita associativa per dare delle bussole orientative a tema.

 1. Il Codice del Terzo Settore: perché occorre tenerne conto

Devi preliminarmente sapere che il decreto legislativo n. 117/2017, denominato Codice del Terzo settore (d’ora in poi, ci riferiremo a questa font del diritto con l’acronimo “CTS”) si pone l’obiettivo di costituire il “punto di riferimento” per tutti gli enti del Terzo settore: ed infatti tutte le norme rilevanti per la costituzione, l’organizzazione e l’attività degli enti del Terzo settore sono concentrate, almeno nelle intenzioni del Legislatore, in questa sola sede normativa.

Ci sarebbero, a dire il vero, eccezioni e distinguo da fare sul tema ma qui, per snellezza, sorvoliamo; di sicuro voler costituire un’associazione di promozione sociale, od un qualsiasi altro Ente del terzo settore, nel rispetto della normativa vigente, o chiedersi se l’associazione esistente lo sia, senza tener conto di questa fonte normativa, è una soluzione operativa, magari sbrigativa, ma che non mi sento di consigliare, a meno che, appunto, si preferisca operare nel settore, come direbbe un adagio, in uno stato di beata incoscienza.

Cosa è Ente del terzo settore?

Ai sensi del articolo 4 del Codice, gli enti del Terzo settore sono enti privati, che perseguono finalità solidaristiche o di utilità sociale svolgendo una attività fra quelle elencate all’art. 5 del Codice (sono ben 26!), senza scopo di lucro in senso soggettivo (come del resto precisa l’art. 8 CTS), in uno dei quattro diversi modi che il legislatore individua. Tali modi sono: “azione volontaria”, “erogazione gratuita di denaro, beni o servizi”, “mutualità”, “produzione o scambio di beni e servizi”, ovverosia – in questo ultimo caso - una organizzazione dell’ente del Terzo settore in una forma imprenditoriale (L. Gori, 2012).

A seconda della modalità con la quale l’ente persegue le proprie finalità e svolge le attività, il Codice distingue:

- le organizzazioni di volontariato;

- le organizzazioni di promozione sociale;

- gli enti filantropici;

- le reti associative;

- le imprese sociali;

- le cooperative sociali e, in generale,

- qualsiasi altro ente privato diverso dalle società commerciali.

Ecco dunque una preliminare considerazione: se vuoi operare come Ente del terzo settore, sappi che non necessariamente l’unica via giuridica è quella dell’associazione di promozione sociale; volendo, c’è l’imbarazzo della scelta.

Ogni Ente del terzo settore, infatti, se da un lato riceve una disciplina uniforme, che lo accomuna agli altri Enti “fratelli”, è pur vero che viene regolamentato da una disciplina speciale a lui solo riservata, con i suoi pro, e con i suoi contro, perché, come puoi immaginare, la scelta concreta del vestito giuridico con cui dare forma al tuo progetto sarà tanto più adatta alla tua realtà quanto quel vestito sarà coerente con le caratteristiche sostanziali del tuo progetto.

Detto in altri termini: la tentazione di copiare ed incollare forme giuridiche in circolazione per dare veste formale ad un tuo progetto, se può apparire un modo semplice per risolvere quelle che vengono avvertite questioni “burocratiche” potrebbe, in corso d’opera, rivelarsi inadatta, troppo stretta o, all’inverso, ingombrante, in rapporto alle tue specifiche esigenze.

Ciò detto, torniamo ora ad occuparci, a titolo introduttivo, di questa interessante, e particolarmente diffuso (a ragione, spesse volte) Ente del terzo settore: l’associazione di promozione sociale.

 

  1. Le possibili risposte alle domande preliminari

Partiamo da queste:

che cosa caratterizza un’Associazione  di promozione sociale?

All’Associazione di promozione sociale è preclusa lo svolgimento di attività commerciale?

Atto Costitutivo e Statuto sono di aiuto per caratterizzare l’Associazione e le sue facoltà di azione?

 

Le Associazioni di promozione sociale (d’ora in poi, per brevità, vi ci riferimento anche con l’acronimo “APS”) sono Enti del terzo settore (ed infatti sono citate all’art. 4 del Codice). Queste debbono esercitare, in via principale, una o più attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.

Questo significa che alle Associazioni di promozione sociale è preclusa qualsiasi attività di natura commerciale?

No, vediamo perché ed in che termini non c’è un divieto assoluto in tal seso.

Il Codice parla di attività principale, lasciando intendere che una Associazione di promozione sociale può esercitare anche altre attività (anche aventi natura commerciale) a condizione che siano attività strumentali all’attività principale. Ed infatti, il Codice stesso, all’art. 6, precisa che tutti gli enti del terzo settore possono esercitare attività diverse da quelle principali a condizione che:

Già da questo semplicissimo esempio ci si avvede che il modo con cui vengono scritti lo Statuto e l’atto costitutivo non sono semplici rituali formali privi di conseguenze! E’ vero il contrario.

Lo statuto e l’atto costitutivo fanno la differenza perché a seconda di quali attività vengono individuate come facenti parti tra quelle principali e di quali attività vengono enumerate tra quelle secondarie, la possibilità di svolgere determinate attività commerciali, appartenenti alle seconde (ed anche in questo caso omettendo qui distinguo e precisazioni, per snellezza discorsiva), sarà, o meno, in via di massima consentita.

E così, per fare un esempio:

Un’altra domanda cui occorre dare risposta in fase costitutiva di un’Associazione: di quanti soci c’è bisogno per costituire un’Associazione di promozione sociale?

Per costituire una Associazione di promozione sociale occorrono non meno di sette persone fisiche, oppure tre Associazioni di promozione sociale (art. 35, Codice Terzo Settore).

Questo significa che le Associazioni di promozione sociale possono essere costituite sia da persone fisiche, sia da altre Associazione che vogliano unirsi per il perseguimento di un obiettivo comune.

Le Associazioni di Promozione sociale – sempre ai sensi dell’art. 35 del Codice del Terzo settore – possono essere costituite sia nella forma della associazione riconosciuta, sia nella forma della associazione non riconosciuta: la prima ha personalità giuridica (gli amministratori non rispondono dei debiti dell’Associazione), la seconda è priva della personalità giuridica (ciò significa che non è considerabile separatamente dagli amministratori o dai soggetti che agiscono in suo nome, che risponderanno dei debiti assunti dall’Associazione stessa).

Le Associazioni di Promozione Sociale, ai sensi del Codice del Terzo settore, devono svolgere la propria attività in favore di propri associati, dei loro familiari o di terzi. Ecco la differenza fondamentale con le Organizzazioni di volontariato, le quali (come si vedrà) debbono svolgere la propria attività prevalentemente in favore di terzi.

Ed ancora: quali sono gli elementi caratterizzanti le Aps?

Direi almeno i seguenti.

Mi riferisco, in primo luogo, alla loro inderogabile (in questo caso non ci sono eccezioni tollerate dal Legislatore e non è abitudine di chi scrive suggerire scappatoie che prendo il sapore di modi per aggirare principi sani del diritto) democraticità e apertura: non sono ammissibili, infatti, discriminazioni, di varia natura, in relazione alla ammissione degli associati (gli statuti o gli atti costitutivi non possono prevederle).

Un’associazione, fisiologicamente, prende le proprie decisioni, incluse quelle che riguardano le nomine dei propri rappresentanti, mediante decisioni assembleari, dove occorre rispettare il diritto di voto di ciascun associato.

Da altro complementare punto di vista un’associazione è un organismo dinamico destinato, nel tempo, a rinnovarsi sia per i componenti che vi partecipano (ci saranno nuovi soci, che potranno aderire nel tempo, così come è possibile alcuni soci non rinnovino, negli anni, la propria adesione) oltre che con riferimento agli organi sociali che hanno potere di rappresentanza.

Per intendersi, in via esemplificativa, lo stesso Codice (all’art. 35) precisa che non sono Associazioni di Promozione sociale i circoli privati.

Sul punto occorre chiarire: il Codice non afferma affatto che sono illegittime le organizzazioni private o riservate (d’altronde, una simile previsione sarebbe del tutto incostituzionale, perché in contrasto con il principio del libero associazionismo), ma specifica, semplicemente, che tali organizzazioni non possono beneficiare della qualifica di Ente del terzo settore - associazione di promozione Sociale.

Una domanda ricorrente: all’interno delle Associazioni è possibile instaurare rapporti remunerati? Come si concilia tale facoltà con il ricorso al volontariato?

E’ bene, a mio parere, avvinarsi alla risposta a partire dalla ricerca di quella che è bene sia chiaro a chi vuole costituire un’Associazione sia la regola.

Dunque, secondo la scelta, inequivoca, fatta dal Codice del terzo settore, le Associazioni di promozione Sociale devono avvalersi, “in misura prevalente” (così si esprime il Codice), dell’attività di volontariato dei propri associati.

Ciò significa che:

- il ricorso a strumenti di remunerazione di chi partecipa alla conduzione, organizzazione e svolgimento delle attività associative non è vietato;

- allo stesso tempo tale remunerazione non costituisce la regola ma, invero, un’eccezione o comunque, al di là di una tale qualificazione, una facoltà subordinata al rispetto di un determinato rapporto equilibrato e parametrato numericamente alle persone che, sotto forma di volontari e/o di associati (lo annotiamo qui sinteticamente: i termini non sono sinonimi) remunerati non sono.

In altri sintetici termini: la possibilità, lecita (rispettosa dalle normativa vigente) di remunerazione all’interno dell’associazione di promozione sociale dipende da come, in concreto, il Legislatore stesso abbia inteso pesare, misurare, la prevalenza dell’attività non remunerata.

Nello specifico, le APS possono assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo, a condizione che:

Come si vede, anche per tale profilo, centrale per l’equilibrio e la sostenibilità dei progetti associativi, la stessa, pur possibile, configurazione di rapporti di remunerazione all’interno dell’Associazione è, dal Legislatore, agganciata, se così si può dire, ad un rapporto di coerenza e funzionalità tra il rapporto remunerato e l’attività associativa, così come questa codificata e descritta nelle attività istituzionali (di interesse generale le chiama il Codice) oltre che come al necessario rispetto di determinate soglie e limiti:

ecco perché a voler dare avvio ad un’associazione di promozione sociale, ed a volerlo fare anche con il ricorso a forme di remunerazione di specifiche figure professionali e personali (perché essere remunerati da un’associazione, anche questo va detto, non è affatto, di per sé, una scelta di cui vergognarsi e/o da concepire, astrattamente, come in conflitto con le idealità sociali perseguite) che più di altre, all’interno di un’associazione, dedicano il proprio tempo ed energie, è importante chiedersi, e configurare, sin dall’inizio, l’accordo associativo consapevoli della necessità di rispettare i suddetti parametri.

Affrontiamo ora altro quesito: è possibile che si aggreghino, siano soci (associati) di un’Associazione di promozione sociale altri Enti del terzo settore?

La risposta è sì, è possibile; anche in questo caso sono previsti dei parametri di cui tener conto. Vediamo, in via introduttiva.

Il Codice prevede (all’articolo 35) che gli atti costitutivi e gli statuti delle Associazioni di promozione sociale possono disporre l’ammissione, come associati, di altri Enti del terzo settore, a condizione che il loro numero non sia superiore al 50 per cento del numero delle Associazioni di promozione sociale.

La norma non brilla per chiarezza e necessita di un approfondimento interpretativo; qui possiamo accennare che il senso della norma si presta ad essere inteso a favore del fatto che tra i soci di una Associazione di Promozione Sociale possono esservi – a condizione che siano in misura minoritaria – anche altri Enti del terzo settore, anche se, appunto, non si tratti di APS.

Accenniamo, da ultimo, ad alcune questioni applicative che interessano le Associazioni di promozione sociale già esistenti.

Va considerato, in ultimo, che le norme, le leggi, si succedono (alle volte si accavallano) nel tempo, sì che, anche con riferimento alle associazioni di promozione sociale, con l’entrata in vigore del Codice del Terzo Settore, si è posta la questione del chiedersi se le nuove regole previste per questi Enti si applichino, o meno, anche alle associazioni già costituite.

Orbene, sempre stando a quanto prescrive il Codice del terso settore, le Associazioni di Promozione Sociale esistenti devono adeguare i propri statuti e atti costitutivi entro 18 mesi dalla data di entrata in vigore del Codice con le modalità e le maggioranze previste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria.

A norma del Codice, tutti gli Enti del Terzo settore devono iscriversi al Registro Unico del terzo settore che andrà a sostituirsi ai registri preesistenti.

In questa fase, il Registro Unico non si è ancora realizzato e pertanto:

Proprio con riferimento alle associazioni di promozione sociale e alle organizzazioni di volontariato sono emersi, da parte di Regioni e Province autonome, dubbi interpretativi sul differimento dell’efficacia temporale delle disposizioni del nuovo sistema di registrazione degli Enti del Terzo settore.

Da qui la necessità di un chiarimento governativo reso con la lettera direttoriale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali del 29 dicembre 2017; tale nota evidenzia, in particolare che:

Nel primo caso, la verifica dovrà essere condotta sulla base della normativa vigente al momento della costituzione dell’organizzazione: qualora dovesse essere riscontrata una corrispondenza solo parziale delle disposizioni statutarie con le norme del codice, tale disallineamento non potrà costituire motivo di rigetto della domanda di iscrizione, dovendosi tenere presente che gli enti hanno a disposizione il termine di 18 mesi per apportare le conseguenti modifiche al proprio statuto.

Viceversa, gli enti che si sono costituiti a partire dal 3 agosto 2017 sono tenuti a conformarsi da subito alle disposizioni codicistiche, purché queste siano applicabili in via diretta ed immediata.

 

Avv. Valerio Cicchiello*

*l’avvocato Valerio Cicchiello è competente in materia di diritto del terzo settore. Il Professionista ha proprio studio legale in Milano e Bergamo, ed eroga on line, verso Clienti che risiedano in tutta Italia, propri servizi di consulenza ed assistenza legale, anche nella predetta materia, sulla Piattaforma JusticeLaw OnLine: è possibile consultare i servizi legali erogati dal Professionista qui: https://bit.ly/2J6Emtm 

Nota della redazione JL On Line: abbiamo raccolto, per comodità di Suo reperimento, le norme menzionate dall’autore in una bussola giuridica: buona consultazione!

 

Di: Valerio Cicchiello | 2019-04-02